seconda visione

 

 

Joe Coffey
Joe Coffey

 

 

scivolammo, seppur la lastra sembrasse resistere,

ma il punto non era questo, presto sarebbe accaduto

di trovarci appieno in un mare di guai e ghiaccio

 

quel che fregava era la prudenza col suo non è il caso

o l’impudenza alla fine di un trastullo d’abitudine,

entrambe rendevano pane e focacce

 

non chiedemmo altro

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no

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Manuela Furlan

Qualsiasi parola non passa la frontiera dell’accademia. Attende la discesa la ghigliottina del gusto indiscutibile. Non ce la fa a presentarsi alla giuria seduta. Semplicemente non partecipa.

Manca un figlio mio prendila per il lato buono e dunque una madre. Un padre e dunque la calma nervosa. Quando fa sera ed è pieno il cappello dei pensieri senza sonno.

La sincerità del ti puzza l’alito è primitiva. D’altronde ai primordi non si badava alla varietà delle forme. Insomma si potrebbe sperimentare un dialogo che tenga conto della cattiveria che produce la sofferenza.

Il lavoro ammazza, come il fumo, solo che si dice renda riguardevoli. Come il fumo alleva dipendenti. Poi certo la motivazione fa la differenza, ma trovare anche quella è già la migliore aristocrazia.

Allo stop del disgusto fermarsi.

 

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sine titulo

Yang Shibin   (10)
Yang Shibin

 

ungaretti è mio nonno a parole e agosto è un mese che conosco,

aprile invece resta crudele, moglie mia

 

spazi tesi e sorrisi salati si chiudono alla fine del giorno,

sarebbe questo il tran tran di stagione,

il vai e vieni che mal si sopporta,

la guerra e pace che si cerca

 

il tiro al birillo ha mancato lo scopo,

come una raffica a salve,

e non ci si aspettava una decimazione,

più dello schianto fa il motto pungente

 

 

 

senza una scorta di ruota

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Christy Lee Rogers

e s’impara un pensiero come un passo,

poi l’atto diventa sequenza,

quello di una storia che inizia

e senza lasso nel tempo avanza

 

ma non è questa la carta,

 

è libertà vivente, per niente rituale sacrificio,

come dare aria alle stanze, fermarsi

nell’impetuosa veemenza del guardare

 

in quarta

Dan Voinea
Dan Voinea

 

quella mattina, che poi è questa,

la punta di diamante non passò il solco,

singulti di un dopo risucchiato

 

strida inascoltabili,

parole propaganda di sè

impietoso e sudato e baro,

osceno bisogno di essere al comando

sulle stature degli altri

 

in una stazione appunto

senza aggiornamenti di destinazione,

lo spazio dato toglie la voce

ed è sacrificio inutile

 

e perciò scendo

 

 

aver titolo e no

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di piani uno da portare in fine, ascenderne cinque fermandosi al terzo, ma altri sono quelli in mente

durante un lasso il tempo ebbe a dire che la fretta non considera i dettagli e una corsa si sdraiò

non che capire aiuti sempre le distanze e il vicino è un soggetto in cerca di segni

i pesci al mercato coperti di ghiaccio offrono l’inganno negli occhi e ti fai tressette a mano libera per una puntata di sorte

tuttavia un libro preso a debito incassa monetine di energia ruotante, sufi che mastica appena

parlar chiaro e non s’arriva al punto,

tanto val la gatta e il lardo

 

 

emulo

Antonio Donghi
Antonio Donghi

 

La figura ingombra uno sfondo perso

diluito, compromesso

e attende di sapere cosa darà

alla propria fame,

ché d’abitudine si generano storie

con rovescio di significato,

allusive non per necessità,

cifre moderne fuori da convenzione.

 

Il tratto è dato

e presterei le braccia ad un’alzaia

per una chiatta qualunque

su per il fiume che scende,

tra fiori blu e quelli del male,

da tempo non colti.

 

Non farsi trovare a prima vista

carichi di storia,

sempre biografia aggiornata,

per la curiosità del passante

che abusa,

e prendere strade lontane

nelle quali perdere ciò che si sa,

o s’è saputo

 

per un respiro lento al sole.