quel che è

Irene Ferguson  (15)
Irene Ferguson

 

non sono perle queste che ti do

pur tuttavia

sarebbero fatte di materia lucida opalina

se stessero nell’incavo di ciò che vuoi

 

di didascalie si tratta invece,

che a farne senza certo si potrebbe se si parlasse una lingua sola,

sottotitoli empatici per i fotogrammi dei giorni,

di questi col rosso negli occhi, mani operanti

e liste di spesa

 

cadono a coperta il silenzio e la sua voce

chiuse di diga aprono la bocca

stenditoi al vento e labirinti di lenzuola

 

 

il solito, grazie

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Jeremy Mann

 

l’inizio è incerto, un po’ a caso la scelta, tra le cose che vengono con impeto,

si tratta di dare stato alle tante sollecitazioni, una parade di gradi pregevole

che imbocca vie in diagonale e mai esce su piazza

 

che dire, per dire la propria con lettere di scatola, della briga, se vale, di farsi capire

 

uscivamo presto, la sera, ma sempre faceva mattino

e tutto sembrava inchiostrato di rosa,

quel tono a metà tra i forti colori che avvampa

seconda visione

 

 

Joe Coffey
Joe Coffey

 

 

scivolammo, seppur la lastra sembrasse resistere,

ma il punto non era questo, presto sarebbe accaduto

di trovarci appieno in un mare di guai e ghiaccio

 

quel che fregava era la prudenza col suo non è il caso

o l’impudenza alla fine di un trastullo d’abitudine,

entrambe rendevano pane e focacce

 

non chiedemmo altro

sine titulo

Yang Shibin   (10)
Yang Shibin

 

ungaretti è mio nonno a parole e agosto è un mese che conosco,

aprile invece resta crudele, moglie mia

 

spazi tesi e sorrisi salati si chiudono alla fine del giorno,

sarebbe questo il tran tran di stagione,

il vai e vieni che mal si sopporta,

la guerra e pace che si cerca

 

il tiro al birillo ha mancato lo scopo,

come una raffica a salve,

e non ci si aspettava una decimazione,

più dello schianto fa il motto pungente

 

 

 

senza una scorta di ruota

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Christy Lee Rogers

e s’impara un pensiero come un passo,

poi l’atto diventa sequenza,

quello di una storia che inizia

e senza lasso nel tempo avanza

 

ma non è questa la carta,

 

è libertà vivente, per niente rituale sacrificio,

come dare aria alle stanze, fermarsi

nell’impetuosa veemenza del guardare

 

in quarta

Dan Voinea
Dan Voinea

 

quella mattina, che poi è questa,

la punta di diamante non passò il solco,

singulti di un dopo risucchiato

 

strida inascoltabili,

parole propaganda di sè

impietoso e sudato e baro,

osceno bisogno di essere al comando

sulle stature degli altri

 

in una stazione appunto

senza aggiornamenti di destinazione,

lo spazio dato toglie la voce

ed è sacrificio inutile

 

e perciò scendo

 

 

aver titolo e no

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di piani uno da portare in fine, ascenderne cinque fermandosi al terzo, ma altri sono quelli in mente

durante un lasso il tempo ebbe a dire che la fretta non considera i dettagli e una corsa si sdraiò

non che capire aiuti sempre le distanze e il vicino è un soggetto in cerca di segni

i pesci al mercato coperti di ghiaccio offrono l’inganno negli occhi e ti fai tressette a mano libera per una puntata di sorte

tuttavia un libro preso a debito incassa monetine di energia ruotante, sufi che mastica appena

parlar chiaro e non s’arriva al punto,

tanto val la gatta e il lardo