immane frana

Roberto Ferruzzi - Madonna del riposo - 1897
Roberto Ferruzzi – Madonna del riposo – 1897

 

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri. L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo”. (Albert Camus – Lo straniero – 1942)

Lessi questo libro d’estate, universitario al mare, riscattato da anni di lavoro del tabacco e mi piacque l’azzardo ironico della distanza con cui l’impiegato di Algeri affrontava la morte della madre. I genitori, ad un certo punto, muoiono dentro i figli e rinascono a nuova comprensione dopo, fino al giorno del telegramma: così è stato.

Alla testa del letto il quadro di Ferruzzi La madonna del riposo, con una cornice dorata e l’immagine impressa su un vetro di forma convessa, illuminata a corrente fioca.

Vedevo strano un quadro alimentato da elettricità e non ricordo se fosse acceso sempre, o in speciali occasioni, comunque suppongo che, sotto questo quadro, versione fine anni cinquanta, io sia stato concepito insieme a mio fratello e mia sorella: il bambino dormiva e la madre guardava oltre.

Ero tornato da poco dall’ospedale, il giorno di San Giorgio, lo stesso del compleanno di mia sorella, ero con un cugino e mio cognato a mangiare  al ristorante: da giorni si mangiava male e poco e arrivò il secondo squillo di tromba.

Lo stomaco trattenne e tutto il corpo cominciò a non sapere poi di nuovo la strada a ricongiungersi a quella donna che contava per difetto i respiri e il terzo squillo giunse, a dire

Caduta su se stessa, frattura operata in attesa di rinascita, depositata nel lager fuori città, dove il malessere si è moltiplicato, portata ancora fuori in altra perdizione, la vidi con gli occhi disperati di chi sa e non può e mai l’avevo vista implorare, o lasciare intendere: la distanza si affacciava, immane frana.

Una settimana a tenerle la mano destra, quel filo di corrente fioca che illuminava il nostro essere figli chini su di lei, a tratti apriva gli occhi persi in quale altro mondo e a domanda rispondeva un sì che era tutto il linguaggio che non potevamo: le dissi che le volevamo bene e lei sì, le dissi che sapevamo che anche lei e lei

Quando la vidi nella bellezza della morte che inchioda, sembrava una piccola regina, di quelle che a fatica hanno conquistato e a caro prezzo tenuto insieme il regno mite nel quale sono nato e non c’era più posto per un sì.

Ti sei fatto un viaggio in autostrada per tornare a casa, così che chi voleva potesse salutarti e confortante è stato quell’abbraccio,

ma il limite domina e più non dico ché è inutilità

 

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4 thoughts on “immane frana

  1. Rita Mastria 11 maggio 2014 / 16:14

    L’inizio del viaggio senza più ritorno avvenne anche per mia madre con una caduta: anche per me fu immane frana, con lei se ne andò via anche mio padre nonostante fosse già morto da oltre cinque anni e tutto il mio mondo. Una frana devastante con tutto il senso di distruzione e vuoto che porta con sé. Si portò via per molto tempo anche il senso reale delle cose, poi pian piano rifeci il percorso, nel cuore, nelle memorie e ancora fresche trovai le mie radici in lei che ancora mi nutrono .
    Il limite è la nostra realtà, il nostro tempo, ma basta andare oltre l’orizzonte per ritrovare in quel grande oceano che è il cuore di una madre tutto ciò che mai potrà passare.
    In quell’oltre ti abbraccio amico carissimo.
    Rita

  2. Doris Emilia Bragagnini 14 giugno 2014 / 14:45

    Sono toccata da questo scritto. Ricordo bene il libro di Camus e il quadro ha dei rapporti anche con me. Il tuo modo – come lo hai descritto – il momento della separazione, sono colpita, ciao Vincenzo

    • Vincenzo Errico 14 giugno 2014 / 15:54

      Ciao Doris, al colpo spero non sia seguito l’affondo. Grazie per l’attenzione.

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