il meglio ti manca

Agostino Arrivabene
Agostino Arrivabene

coi deboli forte e debole coi forti, ti credi sto cazzo, non parli con quelli che ti fanno paura e gli altri invece devasti

questo fu il rimbombo a fine giornata dopo il viaggio di ritorno

sul parlare o meno per la paura di alcuni il dubbio non mi lasciò né volevo mi abbandonasse, lo sguardo succhiava senza tregua e tutto franava sotto pur che mi credevo in regola con qualche tentativo che scagionasse dall’accusa di non muovere dito

le parole usate in questo scrivere sono misere e appena sufficienti a far intendere la semplice questione se val la pena continuare ad adescare chi si affaccia credendo di trovare un alto grado di bravura e trova appena pezzi di frasi che sanno di ripensamento

avere ancora viva la madre che invecchia portandosi i figli con sé nel degradare fa forti di responsabilità perché ci si deve occupare di loro e pure curva la schiena debole sotto il carico del non voler vedere gli occhi che non vedono il sentire con le orecchie che non sentono il mettere insieme frasi lentamente perché il tempo della fretta è ormai lontano

a casa sua, ma costretta da apprensioni filiali di rimando a quelle che per tanto hanno sostenuto la crescita di noi diventati adulti d’un colpo, badata nei moti continui dal letto al bagno e alla cucina con tv accesa alle 18.00 per il rosario da lourdes ad alto volume che se qualcuno bussa

me la sono presa comoda quei giorni che a portarla in giro per dottori ha voluto altri

dal parrucchiere salutava tutte le signore sedute in attesa di piega chiedendo poi chi fossero perché non vedendole bene non le riconosceva una era pure di fuori paese

amministrare i soldi a lei che ha messo da parte da farci ricchi del poco è vampiresco modo di fare non dicendo più volte di qualche movimento che non sposta troppo

le sarebbe piaciuto suonare la chitarra a domanda rispose e che la lirica non la sopporta perché non si capiscono le parole, così l’ultima sera conversammo

poi come ogni volta in tanto tempo preparo valigia e chiudo casa e tardi faccio che non mangio prima di partire e lei che non sa altro che darmi del cibo e quindi sbotto che niente voglio portarmi in corpo di quella terra di questa terra e tutto porterei invece pur non spostandomi di un passo che a partire proprio non ci penso e restare pure mi spaventa e infine l’urlo che ogni cosa appiana che meglio sarebbe dire stende

seppi poi che pianse su quel mio no e dentro mi si aprì un cielo di tormento (che della rabbia adesso non parlerò)

 

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8 thoughts on “il meglio ti manca

  1. Francesca Pellegrino 24 settembre 2013 / 23:53

    Grazie di avermi invitata a leggere questo squarcio di anima nel tuo
    Nel tuo “cielo di tormento” ti abbraccio. Forte.
    pregando che s’acquieti.

  2. cristina bove 25 settembre 2013 / 03:33

    Hai scritto tua madre, ma è di te che traspare l’anima. Bella, chiara,amorevole.
    Ciao, Vincenzo
    Cri

  3. Anna Maria Curci 25 settembre 2013 / 05:02

    Mostrare il contenuto del fardello che si porta con sé può essere un gesto di condivisione discreto, ma non pavido, non strombazzato, né ammiccante. Questo è quello che avviene qui, con le tue parole. Ti ringrazio, Vincenzo,
    Anna Maria

  4. Marilena Cataldini 25 settembre 2013 / 05:56

    Sono io. E come, se ci sono !

  5. romeoraja 25 settembre 2013 / 07:40

    Non sono le parole che fanno le poesie, altrimenti non ce ne sarebbe nemmeno una scritta, è la capacità di trattenerci un attimo, uno sguardo un pensiero. come qui da te Vincenzo.

  6. Abele Longo 25 settembre 2013 / 08:18

    Molto bella, Vincenzo, nel suo aprirsi come un rosario.
    abele

  7. Antonio 25 settembre 2013 / 09:58

    Così viviamo di doppie assenze, dove siamo non siamo interamente, dove non siamo è solo a metà. Il meglio è sempre un altra metà.

  8. Vincenzo Errico 25 settembre 2013 / 19:37

    Grazie a tutti per aver trovato qualcosa di nascosto che si svela, un pò di vostro che condivido, sicuramente del mio traboccante che chiede misura, il gioco delle doppie assenze, la preghiera della quiete, il trattenere solo per un attimo l’attimo che va.

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