in cui si racconta di un tavolo e una sedia

Smadar Katz
Smadar Katz

quella volta fui invitato a mobilitarmi con lo zuccherino del e poi non siamo così fiscali che mi suonò porno abbastanza da stupirmi e ingenuo pure da farmi scettico, ma non bastò a tenermi che ci cascai: serviva un numero vincente ed io vincenzo sono

mamma uno e mamma due, le parole segrete per accedere alla familiarità di una stanza d’ufficio, le due colleghe colleganti me e una nave di scuola in aperta campagna di una roma città via dell’acquafredda poi di nazareth, le strade, una, del lavoro

chiesi attenzione al capo: un tavolo e una sedia armonizzati tra loro e me, non c’erano subito, quantomeno entrambi, proposi di tagliare i quattro piedi del tavolo abbassandolo, ma quando arrivò nuova la sedia girevole, troppo basso risultò il banco e, nonostante provassi le misure, toccò alzarlo con delle strisce di legno da dieci centimetri, credo

sono passati quattro anni buoni anche e non è mancato un che ti credi che solo tu sei quello che dici che attaccai col dire di me nel gioco dei gradi

stavolta mi mobilitai da solo cercando altri luoghi di città, una scuola a prati pensavo fosse meglio di una di periferia, ho trovato strade larghe con palazzi svettanti e gente, soprattutto gente, pochi sorrisi per nulla parole segrete e timore diffuso di vedersi sconvolto il proprio sistema

sui rimpianti non si può cadere e cercando territorio di cui farmi casa o chiesa una sedia integra e non con un solo bracciolo chiesi, nel giro di poco mi fu data sbuffando quella del capo, non prima della modifica dell’ubicazione dell’articolo in inventario ed io a ringraziar di così esemplare privazione, alla prova, mi accorgevo di averci perso nel cambio per la seduta dura e traballante e chi si azzarda a dire ora

donne tutte e colleghe, senza uno straccio d’uomo e non dico un Heinrich Böll che mi spiazzi col suo umore, ma esser lieto almeno fuori dall’ala sterminatrice di mamme zero, sì

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8 thoughts on “in cui si racconta di un tavolo e una sedia

  1. Anna Maria Curci 7 settembre 2013 / 06:13

    Corsa mozzafiato lungo il tuo percorso tra tavolo e sedia, Vincenzo. Alla meta il ghigno amaro si apre in un sorriso riconoscente per Heinrich Böll (e l’angelo tacque). Stavolta mi tocca firmarmi: Rabenmutter Courage (snaturata madre coraggio).

    • Vincenzo Errico 7 settembre 2013 / 08:08

      Il lavoro stanca e va bene, ma quando deprime perché le relazioni di cui è fatto sono inclini alla diffidenza e alla mancanza di interesse alla conoscenza, allora diventa un incubo che tocca gestire per non farsi risucchiare. Meno male che si può osare sorridere. Un abbraccio alla madre coraggio snaturata e a Marilena.

  2. Marilena Cataldini 7 settembre 2013 / 07:28

    La nevrosi/necrosi del lavoro e il sorriso della scrittura.
    Tutto all’interno del lavoro è costruito per uccidere il piacere a parte certi “mestieri” autonomi e artigianali.
    Ciao, vince.
    Marilena

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