rasato

Costa Dvorezky
Costa Dvorezky

 

ho preso il vizio e guai a chi me lo tocca

che poi a toccarlo sono solo io

e il guaio pure tutto mi appartiene

 

Dal sonno fui svegliato in piena notte

all’ora secca due e trentanove

per essere inseguito e poi braccato

da un tipo medievale un pò sdentato

capelli chiari lunghi e anche unti

radi su una faccia che impaura,

creduto seminato e invece scorto

nascosto sotto sotto alla mia tomba

che del cassetto aveva strana forma

 

fuggito ero in un antro appresso a un frate

guerriero con una cinta spessa al fianco

e un’arma che ora più non mi ricordo

fuggivo da un manipolo di folli

che di violenza avevano l’odore,

l’accompagnavo chissà per quale sorte

 

temendo il peggio a gambe leste scesi

in una grotta per nulla decorata

dove scavate fosse ai muri vidi

e di filato in una m’incassai

perdendo il mio compagno lì vicino

 

l’ansia e la paura di morire

mi fecero il respiro forte forte

e mentre mi stendevo come morto

di sotto lungo un foro vidi il tipo

che sorrideva brutto al più non posso

come chi a morsi e sangue sbranerà

 

mi sveglio dunque e guardo l’orologio

credendo di vedere un’altra ora

invece sono le due e lunghe pure

domani andrò a trovare Marilena

quando sarà sera dopo il giorno

farò con lei un giro un movimento

che parta da stanotte e arrivi sgombro

di prassi attaccaticce tutte vere

che tengono legata la mia gola

 

ché scrivere non è solo storielle

è pane secco in acqua quando hai fame

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6 thoughts on “rasato

  1. Anna Maria Curci 13 agosto 2013 / 05:33

    «è pane secco in acqua quando hai fame»
    già solo questa chiusa apre la porta
    a quel sentiero, uno e centomila:
    lì sempre ti sorprendi, a volte riconosci

  2. cristina bove 16 agosto 2013 / 06:39

    da cui si evince che perfino dagli incubi nasce la poesia!
    c’è qualcosa che riconosco, Vincenzo, il crepuscolo onirico che a volte visita anche me…
    un abbraccio
    cri

  3. Antonio 17 agosto 2013 / 06:14

    Mi prende spesso il pensiero che scrivere è il più sublime dei modi di dimenticare, siano incubi, pensieri che si dicano compiuti o altre rimozioni. Un saluto caro Vincenzo, sulla strada per l’altro lato dell’Italia.

    • Vincenzo Errico 7 settembre 2013 / 05:43

      Un grazie a Lucia, Cristina e Antonio per essere tornati qui: è vera l’atmosfera tardogotica, vero il crepuscolo onirico nonché il pensiero che scrivere è un modo per dimenticare, infatti più quasi non ricordo…

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