diar(i)etto

Vahram Davtian
Vahram Davtian

 

 

un pò, questa volta non ho bisogno di strafare, non mi serve e poi non voglio buttare via il di più, preferisco rimanere senza e desiderare ancora che riempirmi con dolore,

così pensai in un pomeriggio (questo) d’inizio giugno, quando l’estate stentava a farsi riconoscere, a proposito dell’avere un’idea e una parola che sia più di una su ogni argomento trattato dal giornale che è parola novecentesca e quindi antica a tratti,

non oso dire tutto e soprattutto veramente che farei uno sterminio degno di un romanzo di guerra, tipo guerra e pace, non oso dire, ma il non dire pensato è forte quanto quello,

per esempio, dire a una persona amica quello che si pensa del rapporto che intercorre tra l’io (il mio, il tuo) narrante e lei/lui potrebbe non centrare l’obiettivo della franchezza, del patto chiaro e cadere nel vortice del chi ti credi d’essere tu e della mossa in dietro che sa di difesa e di quella in avanti che attacca e spezza: voglio un amico che ami correre dei rischi,

invece, attenzione a non andare oltre il recinto, il seminato, lo sperimentato, il preteso, il bisogno,

attenzione che la manipolazione del comunicare si arricchisce di inganni da non esporre alla pietà di chi non vorrebbe entrare nel mercato degli affetti: non vedi come sto? e tu non fai niente!

da soli, si muore ogni giorno e invece ci ostiniamo a voler un pubblico per andare via sbattendo la porta, quando in realtà si vorrebbe entrare con un sorriso e restare a parlare come si faceva una volta, quando il linguaggio era minimo e essenziale e se si aveva fame non c’era un altro modo per dirlo e non c’era bisogno di ripeterlo, come un ubriaco che fissa prolisso un pensiero, o un pavido che difende il mattone di partenza,

venne così una risposta al domandare vario che si leggeva tra le pieghe, una crema antirughe si spalmò e

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