Pierpaolo Perrucci: Imperfetto

 

Dan Voinea
Dan Voinea

 

Anche oggi non ce la facevo a stare a casa. Non ho la testa nemmeno per studiare. Appena apro il libro, il cervello scappa via dalla finestra e se ne va in giro per il mondo, che non ho mai visto. Oppure va a cercare qualcuno con cui passare del tempo. Come fra amici, veri amici. Comunque alla fine mi sono preso un autobus e sono tornato qua, al muretto. Saranno le tre del pomeriggio e come al solito non c’è nessuno. Me ne sto seduto a fumare. Prima o poi qualcuno degli amici passa. Abitano tutti qui intorno e, bene o male, è qui che si incontrano ogni giorno. In ogni caso stare qui a guardare la strada, il cielo e gli alberi dei giardini, è sempre meglio che stare a casa. In questo quartiere poi c’è una calma pazzesca. Passa una macchina ogni mezzora e di persone anche meno. Non fa ancora freddo, ma l’estate è sicuramente finita. Menomale che non piove. Non saprei proprio dove sbattere la testa, sennò. Non mi spaventa stare qualche ora qui, a pensare. Ormai i passanti lo sanno che io sto qua quasi tutti i pomeriggi. Penseranno che sono strano. In effetti lo sono. Non parlo, non faccio nient’altro che stare seduto a fumare e a guardare. Per delle ore. Ma mi vergogno a telefonare a qualcuno. Non ho questa confidenza. Anzi, a dir la verità, non so nemmeno cosa significhi avere questa confidenza con qualcuno. Non mi è mai capitato. A ragione, però. Nessuno ha voglia di perdere tempo con un ragazzino chiuso come un’ostrica. Che non parla mai. Per giunta anche magro, lungo come un giunco, con le orecchie a sventola, un naso aquilino gigante, due occhi spioventi come i tetti delle case alpine, una zazzera mezza mossa e mezza no e i denti spettinati. Lo so, da quando stavo all’asilo mi dicono che sono brutto. Pazienza! Ma a catechismo dicevano anche che di amore ce n’è per tutti, belli e brutti. Io spero solo che arrivi prima che mi suicidi. Si fa per dire. Non avrei mai il coraggio di farlo. Non ho paura del dolore, ma delle conseguenze se dovessi fallire. Già mio padre dice che sono da rinchiudere. Così la scusa per farlo l’avrebbe davvero. Sono così vigliacco che non riesco nemmeno a sostenere il suo sguardo. Quando s’incazza, scappo via dal terrore. A dir la verità scappo via sempre, quando c’è lui. Mi terrorizza la sua semplice presenza. Credo anche che una volta mi abbia giocato un bruttissimo tiro. Mentre dormivo ho sentito una mano sfiorarmi il viso. Ho aperto gli occhi e ho visto la sua figura imponente, di spalle, stagliarsi di fronte, porta della camera da letto aperta sul corridoio illuminato. Ho urlato con quanto fiato avevo in corpo. C’erano dei parenti in cucina che stavano allegramente chiacchierando. Hanno giurato che nessuno s’era allontanato mentre dormivo. Non si è mai spiegato. In quell’uomo per me è condensato tutto quanto ci sia di minaccioso e pericoloso. Quando soffro e piango, lui ride. Se poi continuo, s’incazza di brutto. “Sei un mollusco” mi dice. Credo intenda brutto, stupido e parassita. Aggettivi ripetuti in varie occasioni. Mi dimostra spesso quanto sono stupido. Appena ce n’è l’occasione si fa una grossa risata, che somiglia più a un grosso ghigno. Sono molto ingenuo e quando c’è una trappola per me, me ne accorgo quando ormai il fatto è bello che compiuto. Da bambino le zie sospiravano ogni volta che correvo da loro piangente. Avvertivo da parte di tutti gli adulti della mia famiglia, vera impotenza nei suoi confronti. Avevo ragione, ma il mio vero problema era la mia natura, dicevano. Sono troppo sensibile. Una specie di disabile. Lo sfoggio della forza, della violenta aggressività degli altri maschi, la loro furbizia è la misura giusta del gioco. Io perdevo sempre. Inadatto alla vita. Mio fratello più grande mi ha insegnato a prendere le botte, tante e forti. Non so se lo facesse a fin di bene, ma ancora oggi non ne vedo proprio l’utilità. Ora scappo. Preferisco non esserci piuttosto che soccombere, sempre. Quando mi prendono in giro e se la ridono alla grande, ora, sono contento. Sono felice di raccogliere un po’ di attenzione. Genero buon umore. L’importante che poi non arrivino le botte. Allora devo solo fuggire a gambe levate, il più veloce possibile. Anche se chi ha già deciso di picchiarmi ha già calcolato di potermi raggiungere facilmente. Quindi mi auguro solo che non arrivino e punto. Ogni tentativo di difesa si trasforma in un amplificatore di botte. Più reagisco, più ne prendo. Ecco, dalla cima della salita arrivano dei ragazzi. Cazzo. Non li conosco. Se sono fascisti mi menano sicuro, se sono comunisti pure. A destra non posso scappare perché c’è il parco, troppo deserto. Tutto il resto è cancelli e portoncini, rigorosamente chiusi. Mi guardano e si consultano. Sono belli, sportivi, ben vestiti. Ecco si avvicinano. Non mi rimane che giocare d’anticipo e spiegare che non ho colpa ad essere imperfetto. Magari mi capiscono. Se si accaniranno su di me, almeno mi sarò sfogato. “Ciao ragazzi. Ascoltate un attimo prima. Tutto quanto esiste, si muove. Non c’è nulla nell’universo che non sia obbligato da forze ineluttabili a ruotare, schizzare, fondersi, viaggiare, esplodere, spaccarsi, mutare, ondeggiare, gravitare, rimbalzare, collassare. Non può esserci materia se non c’è moto, non c’è vuoto senza materia. Tutto è movimento. Non c’è roccia, gas o fluido che prima o poi non si crepi, non si diffonda, non si contamini. Nascita e morte sono solo due concetti astrusi, due punti su una retta, quella del tempo, il motore primordiale. Una nube temporalesca, una pianta, un uomo non nasce e muore. Ma è materia che muta, continuamente, da uno stato all’altro. I nostri concetti non sono adatti a descrivere la realtà naturale. Non riusciamo a concepire l’universo senza fissare un inizio e una fine, spaziale e temporale. Tuttavia concepiamo la perfezione. Non è forse un difetto umano concepire perfette figure geometriche, numeri, stati, oggetti ignorando l’imperfetta realtà fisica? Amo la natura, che è difettosa perché il suo tempo è asimmetrico. Ci spara a senso unico verso il futuro. Amo la dolce stupidità, quando per puro caso frega l’arrogante intelligenza. Amo l’idrogeno di cui siamo fatti. Amo la gioia e il dolore perché li sento. Amo l’odio e l’amore, perché me li sono immaginati così. Se volete essere amici io vi accetterei comunque, senza giudicare le vostre debolezze o manie distruttive. Vi amerei incondizionatamente!”. I ragazzi mi guardano perplessi. “Cazzo, come stai fuori! A noi ce serve solo ‘na cartina.”

da: ABBECEDARIO BIZZARRO, 2012

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One thought on “Pierpaolo Perrucci: Imperfetto

  1. Vincenzo Errico 2 aprile 2013 / 16:08

    “Non mi rimane che giocare d’anticipo e spiegare che non ho colpa ad essere imperfetto.” Questa citazione spiega la disposizione alla scrittura di Pierpaolo: intanto il gioco nel dire di fatti che stringono all’angolo, ma che da quell’angolo fanno vedere un pezzo di mondo e poi l’anticipo che dovrebbe assicurare da eventuali rischi di capitombolo e che smonta la paura d’essere preso. E’ l’imperfezione però la forza che ci governa e ci sorprende, soprattutto quando l’ironia ci assiste. Prima scrittura di Pierpaolo, estratta da una raccolta di racconti disposti per argomenti in ordine alfabetico, che si mostra con potenzialità e acume da giovane scrittore “spettinato”.

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