diario del pomeriggio

Rebecca Kinkead
Rebecca Kinkead

 

Tornato dal posto dove passai cinque giorni di parentesi, pause tonde e punti esclamanti, quello che spesso è detto natio e che per istinto lancia altrove, lascia la presa, o tiene stretti. Tornato dalla pioggia nel vento e dalle nuvole di marzo, dall’ancora freddo che prelude. Carico nel distacco di tutti quei volti visti che si offrono semplici al metabolismo degli affetti che passano. La casa in ombra della cugina seconda, vedova da poco, dove si sente il silenzio per chi non c’è insieme all’odore di cucina quotidiana, oggi funghi. La faccia del figlio incontrata per strada con un velo di polvere bianca da muratore che saluta come sempre, se non fosse che questa volte non è come le altre. Ceduto al fumare per un transitare breve, reincarnato al vizio come dopo una fine. Un mare di sera che sputa onde di burrasca nei pressi di un bar dal nome del nome del proprietario. Un bere che la compagnia sollecita e una compagnia che si rinfranca coi discorsi dalla a alla zeta. Tornato come un punto che va a capo, come un diario che si apre, un pensiero sventolato che saluta.

 

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