ruderi

 

Roberto Ferri

 

 

La macchina trasformai in un furgone

e riempitala di legni coi tarli, ferri corti,

plastiche ossidate, vetri e mattoni tolti

andai al deposito ecologico,

sotto un sole che ancora batteva

strade con alberi smilzi,

senza ombra generosa,

che lo trovai chiuso.

 

Un giro, a intrattenermi

nelle vicinanze desolate

di capannoni e terre incolte,

pronte a nuove erezioni architettoniche,

che da una curva sbucò con la coda di polvere

il camion dei rifiuti grossi.

Lo precedetti rapido al rifugio,

come fossi arrivato

per caso allora.

 

Lo scarico iniziò

dopo la dichiarazione del nome

della via di provenienza

e quella di Michelangelo

valeva bene uno sgombero.

Accatastammo quasi tutto in un punto,

un televisore senza decoder

posai su un divano spanciato,

lo userà il ragazzo che sta lì

che d’inverno i pomeriggi sono lunghi.

 

Dissi anche di chi ero figlio

e di lui chiesi notizie per riconoscerlo,

ma sto a Roma aggiunsi e i suoi occhi

mi sembrarono aprirsi sulla bellezza

di una città lontana, di ruderi, tra l’altro, piena,

 

come quelli che io vedevo in quel terreno,

dove lui lavorava,

ecologicamente isolato.

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