zen zero

Al bar delle mutande ci incontrammo,

non era un richiamo, ma uno sbaglio.

Tu eri sui gradini della chiesa di Alessano,

io al bar a Montesardo.

Contrattempi riequilibrati su altri gradini

a raccontarsi del passato ieri,

di come l’estate abbia sfoggiato il suo teorema

senza i cadaveri degli anni prima.

Poeta delle immagini, dicevi.

Ma l’immagine più efficace

me l’hai passata tu,

quella della volta che tuo padre

portò in macchina, dalla Basilicata a Lecce,

una sposa morta,

seduta dietro coi parenti,

per il viaggio di nozze diretto

al paese della giovane signora,

passando pure egregiamente

un controllo della stradale.

Gli anni sessanta dei nostri genitori trentenni

e di noi più o meno nati.

Disquisimmo sui dualismi ai quali sei allergico,

concubino delle variabili,

e di come sia meglio fare che parlare.

Mi alzai deciso e ti portai in quella chiesa

ripulita troppo, ma dignitosa,

a deliziarci della musica

di quel Girolamo Melcarne,

genius loci, e di quel seicento

secolo dannoso da noi apprezzato

per i prodigi.

I santi, ai lati nelle nicchie,

di statura piccola ma onesta,

guardavano in una direzione inesistente,

quella del soprattutto e dell’ovunque,

mistici.

La madonna con il colpo della strega,

dietro l’altare centrale,

rapiva la mia attenzione

per la fisiognomica paesana

che la eresse a santa contadina

in qualche lontana era volgare.

Una mano usciva da una nicchia,

vista di lato, era per te,

sostenitore del frammento obliquo.

Un’apparizione momentanea

quindi un abbraccio

per il viaggio di ritorno,

una vacanza applaudita

con la mano mancina, la tua

e macchiata di rosso magenta,

la mia,

tela di incontri difesi.

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10 thoughts on “zen zero

  1. Abele Longo 5 settembre 2012 / 22:39

    beh, questa poesia (meravigliosa) l’ho come vista nascere. Conosco autore e destinatario e mi sono ritrovato anch’io, con grande piacere in compagnia di Vincenzo, al bar delle mutande.

    • Vincenzo Errico 6 settembre 2012 / 06:52

      E’ vero, Abele! Mi piace pensare, adesso, che la poesia si possa rilassare dal dovere essere e che questo mio scrivere lunghe cartoline sia un modo piacevole di comunicare… Un abbraccio.

  2. Romeo Raja 6 settembre 2012 / 07:28

    poeta delle immagini. è davvero bellissima Vincenzo, quando vorresti che non finisca mai. bravo bravo.

  3. Loredana Savelli 6 settembre 2012 / 12:48

    L’ho trovata bellissima e circonfusa di una nostalgia pudica, ma precisissima nell’identificare i dettagli, “barocca” a suo modo.

    • Vincenzo Errico 6 settembre 2012 / 15:32

      Grazie Loredana, a me poi il barocco piace e quindi apprezzo il tuo commento…

  4. intarsiodiversi 6 settembre 2012 / 18:06

    più che una cartolina mi trasmette degli attimi fotografati con l’intelligenza del cuore… e non solo di testa.

  5. Antonio Caputo (@a_caputo) 7 settembre 2012 / 06:53

    Ho letto e riletto questa lunga cartolina e ogni volta mi figuravo le scene, della madonna con il mal di schiena, dei santi di statura onesta e di chi in un tempo qualsiasi è più o meno nato. Quell’allergico ai dualismi mi suggeriva di qualcuno ma non ne potevo essere sicuro. Non conosco il bar delle mutande e me ne dispiace. Un saluto ad autore e destinatario.

    • Vincenzo Errico 7 settembre 2012 / 15:25

      La “cartolina” è dedicata a Fabrizio Manco, un amico che ho rivisto a Montesardo (Lecce) per l’apertura del Festival Il Montesardo, un rassegna di musica antica, teatro e poesia diretto da Doriano Longo. Lo consiglio per la prossima estate, con una puntatina al bar…

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