elica di foglie a doppia punta

Joe McFadden

 

 

E mi urla quasi nell’orecchio

la spagnola al telefono

che scambia comunicazioni

di servizio.

Su un autobus fermo

mi rannicchio nel giaccone,

smaltendo i postumi

di una visione allo specchio

che mi atterra.

 

Frivoli sogni,

desideri inchiodati

e una faccia che sembra

non ridere.

Inizi d’anno freddi nell’animo

che non so scaldare.

 

Gli amici spendono

gli ultimi spiccioli

di stentata e augurale distanza,

un tempo si era complici

come innamorati,

ora ci trattiamo da amanti.

 

E non alzo il dito

per nessuna direzione

saggia e opportuna

perché dove vado io

c’è una strada che non scarrozza

e non scorazza,

tiene bene la destra

e finisce sul palco

di un teatro da cortile.

 

Quelle voragini voraginose

o vore vergini,

nel dubbio di qualche g di meno,

mi attraggono, calamita d’angolo impossibile,

e non m’ascendono alla luce festiva

da calendario occidentale,

mentre crolla il mio romano impero

e il bizantino inganno.

 

L’amore libera le corde degli appesi,

libera gli appesi dalle corde

e non dimostra nulla

alla corte del basilico grande,

di quello piccolo e della mentuccia

infestante e trapezista.

 

Chiudo il filo nella tela e passo,

cotone grezzo a più ondine,

senza segno lasciato a dominare

nella mediocrità conosciuta a più riprese

che si quieta – pingue indaco d’assalti –

nello stare o transitare errabondi,

elica di foglie a doppia punta.

 

 

 

 

 

 

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