fuori sequenza

 

 

Aya Sofya – Istanbul

 

 

E di Istanbul che dire

se la santa sapienza,

velata moschea,

tarda a tenersi perfetta,

coi fumi d’incenso

che più non si vedono

e frammenti di volto

divino riflesso?

 

La vista si allarga

lungo una riva,

ma certo non chiude sull’altra,

tra minareti a cipresso

e famiglie di cupole quiete.

 

Colonne spezzate

ai lati di strade,

su marciapiedi erbosi,

al bivacco di vecchi

che giocano a carte,

in ozio speciale.

 

Le facce del posto,

le parti del luogo

sono molte e lontane,

ma par di vedere più mondi

di fronte

e il blu delle acque

non stinge le terre accostate

da casi cromatici

audaci.

 

E poi altri pilastri

in cisterne giganti,

basiliche piene di fede,

di pesci cresciuti

e candele votive

al santo del giorno che fu.

 

Spiare un harem che non c’è

e sentire le voci

che gridano ordini,

sospirano vizi in segreto

e in pubblico virtù.

 

Un grande bazar identifica

la città incomparabile,

tra angoli netti di strade coperte

che offrono merci

che puoi non comprare.

 

Sedere in ginocchio

in moschea,

guardando gli uomini

curvi al profeta,

è passare tra anni

di piedi lavati, freschi

che camminano

su trame operose

e parole a conferma

di preghiere canoniche.

 

 

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