Tadeusz Kantor
Tadeusz Kantor

Senza disporre di un titolo  – ciò per cui si può valutare il contenuto di uno scritto, in questo caso – m’imbarco su un foglio liscio, ignaro di quel che ne verrà.

Vado a tasto, cerco un appiglio.

E’ un tempo di apparente calma – superficie larga e schiacciata in cui raccolgo i fatti della quotidianità tenuti in caldo, ma raffreddabili per forza prima o poi – e con tutto quello che prende per le caviglie, le mani o per il collo con in su la testa, sembra non esserci modo di prezzare il mondo, svalutandolo a pressione non voluta o nemico da cui guardarsi.

Non piangere o ridere quindi? Magari incupirsi o sorridere, perdendo un livello più alto e altro che crei un’empatia migliore.

Il possibile s’ingegna poco nella spinta che affratella. E questo è il punto: non sentire di appartenere al gruppo familiare in senso largo e stare da soli quel tanto che basta per non sopportare e non escludere.

 

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proverbiale

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Jacek Malczewski – Ritratto di Michał Gorstkin-Wywiórski

Non proprio come la comparsa in strada – che dove inizia non si sa – di un camminatore stanco e impolverato che si avvicina e va oltre un punto di vista, una posizione ferma. Qui, l’arguzia e il fatto noto, o il detto prima, sembrano avere carattere sconosciuto e soprattutto non sanno dove andranno a pararsi. Come in tutte le premesse quindi alludo e lascio correre.

Se ben cominciassi sarei a metà.

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mani avanti

Chagall
Chagall

Dove la costituzione del corpo, l’abito o l’inclinazione, non lasciano molte possibilità di scelta apparente, tra quelle che non mi sono congeniali, quasi un vizio d’organismo che approssima e non finisce, un vezzo semplice.

Un territorio senza traccia, a guardare dietro, privo di agitazione che non agisce eppure svela qualche tratto di sussulto cardiaco o moto di stomaco quando vengono alla mente un fatto, una persona, o più d’una. Ultima serie, ieri notte, ma non dirò ché a farlo non aiuta il gorgo a salire.

Altra proposizione è la mancaza d’ardire sotto forma, per esempio, di un colloquio a poche frasi, un porsi fuori che disperde, o l’attitudine alla risposta breve, sicura che non piace, ma vorrebbe. Quasi un dovere umanitario che calma l’ego e forse il destinatario.

Non aspetto versi, prendo direzioni plurime.

 

 

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da qualche parte

Che sia chiaro a me l’osceno in tutto il suo candore, coprente a tratti, dei rapporti mossi dal bisogno,

anche io sto nel giro e sono quello che lamento.

Perché alla fine dell’appetito ci si addormenta e si scorda d’aver preteso qualcosa,

come quando la dispensa è piena e non esci a fare spesa.

 

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Dimitris Tzamouranis 1
Dimitris Tzamouranis

Non che manchi cosa pensare, semmai c’è una sequenza bizzarra di sospiri che traduce le fatiche in oblio riparatore.

La riconciliazione rimanda a una rottura, leggevo da Joyce. Mi riconcilio in abbondanza allora, di nascosto, giocando.

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tamerici comprese

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Castel Roncolo – Bolzano

E va bene che cada per le scale delle riserve,

delle storie raccontate male,

dove non splende la luce della sequenza di senso.

Occorre pur cadere se è condizione di azioni necessarie,

al posto del solito tram desiderio

che va verso i quartieri delle omissioni infette.

Un sospetto frugato nelle tasche

è quello della bella figura non fatta,

del meglio che manca a questo sforzo senza fine

e poi piove su qualcosa, tamerici comprese.

Di casa in casa, senza armonie precise,

dove il gusto stenta perché troppo piene di necessità.

Sempre cado per le scale

ed è panico in calzamaglia

o stupore inchiostrato di blu,

feticcio d’infanzia,

per un ulisse che torna.

Non temere, poi fa giorno

anche se il buio si ripete,

e tutto si palesa ai piedi di una pagina.

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in disordine sparso

Mirko Roncelli 1
Mirko Roncelli

Il linguaggio a volte non porta risposte e, come un ditticco ben pitturato che non s’apre, al vento dei modi vi s’impiglia.

Sarrebbe giusto quindi tenere a bada un giudizio o arrotondarne il quadrato, ma la rana scorpione non è.

Sono passato da quel centro ai turbinii di questo confine e ciò che conta è che le mancanze, incolmabili per indole, che ti arrestano a un passo dalla porta, ti caccino fuori perché tempo, luogo e persone non si tengono nella bolla con la neve

che poi se la muovi ti sembra vera.

La staffetta è finita,

si sta

ed è nuovo tutto, o quasi,

certamente non l’attesa che arrivi qualcuno a farti bello.

 

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